Mimmo Jodice, maggio 2006

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Mimmo Jodice

Incontrare Mimmo Jodice, ascoltare la sua voce che con tono pacato e accento partenopeo racconta la sua vita e il suo lavoro, seguire il suo sguardo allegro e allo stesso tempo maturo, è senza dubbio una bella esperienza. Ci si lascia piacevolmente guidare tra i suoi ricordi, gli snodi delle sue fasi di produzione artistica, le sue convinzioni attuali.

Napoletano, classe '34, rispetto all'arte Mimmo Jodice è un appassionato autodidatta, intraprende senza sapere, non frequenta foto-club, segue il suo istinto. Comincia da subito a stampare il suo bianconero con un vecchio ingranditore Durst 609, preziosa eredità di un amico che muore.

Dai suoi racconti traspare un'infanzia faticosa e costellata da tutte le difficoltà che la Seconda guerra mondiale ha arrecato a quella generazione: inizia a guadagnarsi la vita molto giovane, ma è attratto dal mondo dell'arte. Una passione che comincia a realizzare dipingendo e scolpendo. Alla fine degli anni '50 si avvicina alla fotografia ed infine alla metà degli anni '60 vi si dedica interamente. In quegli anni trova anche l'inseparabile compagna della sua vita, Angela, che lo sostiene e lo accompagna, dimostrazione del fatto che il successo non può essere raggiunto solo dall'attivitàdi un singolo.

I primi anni sono di sperimentazione, ricerca tecnica e linguistica: usa le forme astratte inserite nelle tendenze delle avanguardie di quel momento propense a strappare il proprio oggetto. Le sue fotografie sono il risultato di linguaggi tecnici e materiali diversi, si concretizzano usando come soggetti nudi femminili, ritratti, oggetti, strutture e forme geometriche. Ma la sua curiosità per la vita lo porta ad osservare il mondo sociale che guarda e documenta con uno stile del tutto proprio, lontano dai canoni classici dei reportage della scuola di Magnum, concentrandosi più sul contesto che sull'azione: non racconta, ma piuttosto organizza il campo visivo e si concentra sulla luce che rende simbolica la sua visione. Così nasce «Il Ventre del Colera» (1973), risultato del lavoro sulla grave epidemia che colpì la sua Napoli agli inizi degli anni '70, dove i luoghi diventano quinte teatrali in cui la morte e la gente si preparano per l'ultimo atto. Tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, le prime mostre sono già partite, la prima in assoluto a Napoli alla libreria La Mandragola, ed inizia ad insegnare fotografia all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Incontra Lanfranco Colombo che cura la sua mostra «Nudi» alla galleria Il Diaframma di Brera, con presentazione di Cesare Zavattini. Ma in Italia, il vero consenso sul suo lavoro nasce solo dopo aver esposto all'estero, Francia e Stati Uniti.

Durante gli anni '70 continua a lavorare senza sosta tenendo presente sia l'impegno sociale sia la sua ricerca più intima, ma è a partire dagli anni '80 che la sua attenzione si focalizza sul paesaggio urbano, all'inizio soprattutto quello napoletano, in cui la sua espressione acquisisce una nuova forma: l'uomo è il grande assente, i luoghi diventano spazi metafisici.

In quel periodo in Italia molti sono gli scambi di esperienze e di vita tra un gruppo di fotografi (tra i quali Jodice stesso, Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, Vincenzo Castella, Gianni Celati) che lavorano, ognuno seguendo il proprio percorso, su un tema comune creando la cosiddetta «scuola di paesaggio» italiana. Si sviluppa una nuova lettura del paesaggio attraverso un tipo di fotografia che pone dubbi, nessuna affermazione, che pare semplice e banale nella struttura, ma enigmatica nel suo significato ed offre all'osservatore un senso di banalità e di spaesamento. Nasce un nuovo linguaggio che va oltre la fotografia esatta, tipica delle immagini turistiche, e coglie il quotidiano nel suo essere ordinario e comune. Nasce il desiderio di attribuire alla fotografia il difficile compito di condurre l'individuo verso il recupero del proprio immaginario.

Durante i primi anni '80 per Mimmo Jodice ha inizio dunque un profondo rinnovamento che si sviluppa con un lungo lavoro sul Mediterraneo. Il progetto Mediterraneo nasce in Turchia in cui i resti dell'antica Roma sono denominatore comune ai molti paesi che si affacciano su quel mare, un collante verso il quale si sente attirato che gli permette di seguire la sua necessità di stare fuori dal tempo: comincia a fotografare i resti congelati e logorati dal vento, dalle piogge, dal mare; rincorre e ritrova il suo sogno. Il lavoro di Mimmo Jodice è rigoroso e coerente. Cerca di dissacrare il modello e di andare oltre le forme e i temi consueti. Come in «Eden», realizzato tra il '94 e il '97, di cui pubblichiamo alcune fotografie. Usa una Hasselblad ed un 80mm. e si concentra sugli oggetti quotidiani: manichini, guanti di gomma, forbici, televisori, ma anche sui pezzi di natura come le zampe di gallina, gli occhi dei pesci, le carni. E' questo un lavoro sulla natura morta, un genere molto sviluppato nell'arte della fotografia, che però va oltre i confini e Mimmo Iodice ce lo restituisce in termini estremamente contemporanei, che permettono di sviluppare un continuo gioco tra verità e finzione.

Patrizia Bonanzinga
maggio 2006