Paolo Ventura, giugno 2007, Fotografia Reflex

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Paolo Ventura

La fotografia possiede in sé l'essenza del riflesso che diviene, con l’atto del fotografare, il suo oggetto: guardando le nostre fotografie possiamo capire l'ambivalenza delle nostre rappresentazioni. Tutto ciò ci aiuta anche a superare la paura, che spesso risiede in noi, verso il diverso, verso l'altro, verso la morte. Ci aiuta anche a fissare una percezione più complessa in cui il vero e il falso, il naturale e l'artificiale, il corpo e l'anima coabitano.

Il lavoro di Paolo Ventura sembra essere una raffigurazione esatta di queste osservazioni.

Il primo impatto di fronte alle fotografie della serie «Tempi di Guerra», si può per me riassumere con una sola parola: disorientamento. Da una parte, non si capiscono le proporzioni dei suoi soggetti e dall'altra, essi sembrano contemporaneamente sia veri che falsi: una sorta di paradosso visivo.

Paolo Ventura, milanese classe '68, conosce bene il gioco degli specchi essendo lui stesso l'esatto riflesso di suo fratello, gemello perfetto. Nonostante la vicinanza di un altro fratello, Marco, forse a causa del suo continuo specchiarsi nel suo gemello Andrea, si trova a seguirlo nelle sue scelte e, sebbene svogliatamente, s'iscrive anche lui all'accademia di Belle Arti di Brera. Al contrario del gemello, che poi diviene pittore, lui non sembra molto interessato allo studio formale dell'arte; è più attratto dall'ambiente che lo circonda, dalla gente, dal tempo che scorre, dalle sue fantasie. Casualmente, un amico lo coinvolge a lavorare come assistente ad un fotografo professionista che si occupa di cataloghi lavorando con banco ottico usando luci diffuse, basse, tempi lunghi in ambiente chiuso. Il lavoro lo annoia terribilmente, ma senza rendersene ben conto impara la tecnica del banco ottico e, quando per un lungo periodo si ritrova a gestire lo studio da solo, causa problemi personali del principale, incomincia a fotografare in modo più personale, inizia a realizzare nature morte in modo per lui meno noioso. E' così che agli inizi degli anni '90, lasciato lo studio al rientro del titolare, comincia a lavorare nel mondo della moda in quella Milano che stava vivendo la coda del periodo d'oro degli anni '80, decennio in cui le attività del settore erano in fibrillazione. Comincia a fotografare senza treppiedi e produce nature morte attive, come le definisce lui stesso, in cui usa le modelle come manichini: tagliate, sezionate, la presenza umana è fatta a pezzi, le modelle servono solo per appenderci sopra gli accessori, che magicamente cominciano ad assumere un'altra sostanza. Lavora per diverse riviste di moda in Italia, ma anche all'estero, Parigi, Londra.

Con il passare del tempo, la sua insoddisfazione fa nuovamente capolino: si rende conto che la qualità del suo lavoro si sta abbassando così come la quantità. Viaggia, gira, osserva finché non approda a Palermo nelle catacombe dei Frati Cappuccini dove s'imbatte nelle mummie dei notabili del '700 che lì sono seccati e giacciono in bella mostra ancora con i loro ricchi vestiti ed accessori. La sua fantasia è rapita da queste visioni in cui la morte è messa in scena in una paurosa rappresentazione teatrale. Fotografa le mummie, ne coglie i dettagli, i particolari e le sue fantasie, quelle che lo abitano fin da quando era bambino, alimentate dai racconti dei vecchi parenti, nonni, zie che avevano vissuto la guerra, cominciano a prendere forma, assumono consistenza. Istintivamente comincia a costruire dei piccoli mobili in scala 1:10cm. Senza rendersene conto ricostruisce la casa della vecchia zia: una casa bombardata a suo tempo, ancora adesso non del tutto restaurata. Un luogo in cui le sbrecciature della storia sono ancora oggi evidenti. Un luogo dove il piccolo Ventura, affascinato dagli oggetti che sapevano d'altri tempi, girovagava mentre i parenti si riposavano nei pomeriggi domenicali. Il passato diventa presente e così prende corpo il progetto «Tempi di Guerra». Decide di mollare tutto, tre anni fa si rifugia a New York e comincia a lavorare solo su questo progetto.

Il suo incosciente percorso gli permette di mettere a fuoco e liberare quelle fantasie profonde e pregresse nate dai racconti dettagliati degli anni '44-'45 nell'Italia del nord, devastata dalla guerra civile. Le sue costruzioni, a dimensione casa di bambole, cominciano ad accogliere le storie dei personaggi che realizza. Crea gli esterni, vicoli scuri ricoperti di neve. Costruisce luoghi pubblici, trattorie, sale da ballo, uffici. Luoghi in cui i suoi personaggi, a dimensione ridotta, vivono la loro quotidianità: il pittore A. S. che si trova nel suo studio alle prese con la sua arte, ma anche in giro per le strade nella notte del Natale del '44 poco prima dell'inizio del coprifuoco, ed infine impiccato nel suo studio.

Il suo progetto è soprattutto mentale: sa già quello che costruirà perché sa già ciò che vorrà fotografare e quale sarà la didascalia, sempre appropriata e rigorosamente inventata, che attribuirà a quello scatto. Poi, usando luci molto elementari, scatta prima una serie di Polaroid e, dopo aver visto e rivisto i risultati, quando si sente pronto, si arma della sua Pentax 6x7 e scatta un rullo intero della stessa inquadratura.

Tutti i suoi set sono completati da mille ingegnosi dettagli che costruisce con entusiastica ossessione usando tutti i materiali possibili (legno, ferro, paglia ed altro) perché secondo lui un luogo è il risultato della somma di tutti i dettagli. Non solo, Paolo Ventura va oltre e costruisce anche ciò che non rientrerà nell'inquadratura: per lui anche quegli spazi sono importanti perché definiscono in maniera esatta il territorio. Come un bambino che gioca con i suoi pupazzetti, diventa il protagonista del suo gioco immaginario facendo muovere i suoi personaggi all'interno di uno spazio coerente per raccontarci le nostre storie, quelle quotidiane, dove si balla e si muore, dove c'échi vive di stenti e chi se la spassa, dove gli amanti si amano e gli avversari si odiano.

Patrizia Bonanzinga
giugno 2007
Fotografia Reflex