Raghu Rai, maggio 2005

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Raghu Rai

Come immaginiamo l'India? Quali sono le fantasie che si rincorrono nella nostra mente, quando cerchiamo di immaginare un paese enorme, dove vivono quasi un miliardo di abitanti, che forse tra vent'anni sarà anche più popolato della Cina, dove si trovano foreste tropicali, mari dalle acque limpidissime e montagne tra le più alte del mondo? Dove quotidianamente spiritualità e riti si intrecciano nel caos e nell'odore della vita? Dove povertà e ricchezza sono le facce della stessa medaglia?

Il lavoro di Raghu Rai, massimo esponente della fotografia indiana, sembra dare una risposta esaustiva a queste domande. E' nato nel 1942 a Jhanj, vicino a Lahore, nel Punjab un territorio che all'epoca era pakistano. Anche la sua è una famiglia numerosa, composta da quattro fratelli e sei sorelle. Il padre ingegnere, desidera che anche Rai segua la sua professione. E' invece il fratello maggiore, già fotografo, ad influenzare le sue decisioni: nel 1965 invia alcuni dei suoi scatti al giornale londinese The Times e da allora non ha mai smesso di fotografare per le maggiori testate indiane ed internazionali.

La sua lunga carriera è cadenzata da importanti riconoscimenti: nel 1971 vince il Padma Shiri, il premio attribuito direttamente dal governo indiano, nel 1977 diventa membro dell'agenzia Magnum, acquisisce altri importanti premi a livello internazionale, espone nelle maggiori capitali mondiali, le sue opere fanno parte della collezione permanente della Biblioteca Nazionale di Parigi.

Ma è la sua filosofia di vita, che sfiora la modestia, a renderlo un vero personaggio. Nega che ci siano stati dei momenti decisivi nella sua vita: « Ogni anno, ogni momento, ha il suo significato », sostiene, « Sto ancora imparando, ancora cercando di esplorare la magnifica bellezza dell'India attraverso la mia macchina fotografica ». Alle definizioni che gli attribuiscono il ruolo di fotografo, psicoanalista, viaggiatore, essere solitario nel mondo, risponde sorridendo che ogni uomo possiede quelle qualità, che l'individuo è una combinazione fortunata di molte personalità. Al rientro da un reportage, lavora senza sosta per selezionare, dividere, raggruppare i suoi scatti che diventano il progetto che vuole pubblicare e diffondere. Questo grazie alla sua profonda ed intensa passione per la fotografia: « Non solo il fotografo deve essere al posto giusto nel momento giusto, ma soprattutto deve saper comunicare il proprio stato d'animo. Dopo tutto, la vita stessa è un momento di verità. Da quando sono diventato fotografo professionista, quarant'anni fa, la mia ricerca non è cambiata ». Raghu Rai utilizza la macchina fotografica come uno strumento di apprendimento continuo, un modo per arrivare più vicino alla realtà e alla natura e permettere a chi guarda le sue foto di arricchire la propria visone del mondo: questo è per lui il vero scopo della fotografia.

Molti sono i volumi pubblicati dall'autore che ha voluto seguire i grandi personaggi del suo paese da Indira Gandhi, a Madre Teresa, ai Sik; raccontare le sue città, Delhi, Calcutta e il paese intero.

Il suo lavoro più toccante è senza dubbio quello sulla tragedia di Bophal, nello stato indiano del Madhya Pradesh, dove, il 2 dicembre 1984, alle prime ore del mattino si svolge uno tra i più drammatici disastri chimici della storia: quaranta tonnellate di gas letali fuoriescono dalla fabbrica di pesticidi della Union Caribide. La mattina dopo l'incidente Raghu Rai si reca sul posto e realizza un reportage in bianconero sulle vittime della tragedia. Le immagini che scatta sono sconcertanti piene di paura e morte: al terzo giorno dall'incidente ottomila persone erano decedute a causa dell'esposizione dei gas. Oggi si calcola siano ventimila le vittime innocenti di questa tragedia umana e più di mezzo milione di sopravvissuti vivono in condizioni di salute precarie a causa degli effetti della nube tossica. Raghu Rai da allora segue questa vicenda: nel 2003, a diciotto anni dalla tragedia, per conto Greenpeace torna su quei territori dove la catastrofe non ha smesso di lasciare tracce tossiche, dove ancora si beve l'acqua irrimediabilmente inquinata e ci si ammala.

Grazie a FotoGrafia, il festival internazionale che si svolge a Roma, possiamo apprezzare una personale di questo autore dal titolo India: In viaggio dal 1970 al 2005. Una mostra curata da Enrica Scalfari in cui l'autore ha elaborato appositamente per l'occasione un percorso inedito nella sua opera, regalandoci un ritratto del suo paese: « Le fotografie che ho scattato in tutti questi anni sono una sorta di risposta istintiva agli stimoli che ricevo dalla mia terra, a volte mi sembra di poter fotografare ad occhi chiusi, lasciandomi guidare da un'energia interna che trascina con sé una cultura e un'identità millenaria, che ancora oggi pervade questo paese. Questa è la magia del fotografare l'India, una società complessa, multiculturale e multistratificata e questo è ciò di cui parla il mio lavoro. »

La mostra ben si inserisce all'interno del festival il cui tema, scelto dal direttore artistico Marco Delogu per questa quarta edizione, è Orient-ed. Roma vuole guardare a Oriente, alla ricerca di un'interpretazione non solo di luoghi geografici, ma anche della vita contemporanea, per orientarsi nella Storia e nel presente e trasformare — attraverso la fotografia — gli eventi in testimonianza, la documentazione in arte, la cronaca in memoria collettiva. Nel titolo la d finale gioca con la parola oriented e rafforza l'idea di un festival costantemente « orientato » verso una fotografia sempre basata sull'equilibrio tra la profondità e il rigore estetico.

Patrizia Bonanzinga
maggio 2005